Visitazioni cortesi del pensiero calmo

Stefano Marotta

Nata a Los Angeles, trent'anni tra Tokyo, Roma e New York, Elly Nagaoka ha chiesto in prestito alla tradizione del suo paese di origine quel genere pittorico che, sorto in Cina nel settimo secolo sotto la dinastia T'ang, conobbe in Giappone una splendida fioritura col nome “sumi-e”, e che è considerato da molti, e forse non torto, come l' “antenato nobile” dell' “action painting” americana di questo secolo.

Tra caratteristiche essenziali di questo genere pittorico – strettamente congiunto allo “sho-do”, “arte” o “via” della calligrafia che si è sviluppato all'interno della sfera di pensiero del Buddhismo Zen, vi è l'ossessiva, vertiginosa, maniacale ed esaltante attenzione per il “segno perfetto”: quell'unica e irripetibile perfetta “traccia visibile” di quel “gesto” altrettanto “perfetto”, compiuto con rigorosissima concentrazione e al con tempo estrema spontanietà, scioltezza e naturalezza, indissolubilmente legato alla immediatezza di un attimo uncio e irripetibile che è quello di uno “stato della mente perfetto”, che è il “satori” - “stato di grazia”, “lampeggiamento”, “intuizione fulminea”, “folgorazione” - di cui dev'essere ed è l'espressione. Il “pittogramma” che in questo lavoro di Elly Nagaoka si ripete sempre uguale a se stesso eppure ogni volta diverso e “unico” suggerisce simultaneamente due diverse immagini: quella di un occhio – il soggetto che guarda -, e quella di un limone, la “natura morta” al suo “grado zero” - l'oggetto guardato; l'intenzionale ambiguità di questo segno, la simultanea compresenza in questo geroglifico dei due termini ultimi di ogni teoria dell'arte e della conoscenza sembrano alludere a quell'attimo, a quel contatto tra soggetto e oggetto in cui questi si fondono l'uno nell'altro ed è dato di sperimentare l'immediatezza, la conoscenza della vera natura della cose nella loro essenza.

Roma, maggio 1998.