Quadratura del Cerchio

Anna Lombardi

Elly Nagaoka, artista giapponese di formazione americana, vive e lavora a Roma dal 1990. Vedremo che questi tre elementi geografici, il Giappone, gli Stati Uniti e l'Italia, caratterizzano fortemente il percorso del suo lavoro artistico. La sua ricerca parte con una forte impronta accademico che si esplicita nell'attrazione che l'artista inizialmente prova verso l'arte italiana del Quattrocento. I suoi primi lavori sono rivisitazioni di importanti quadri di Piero della Francesca, dove isolando e riproducendo una singola figura, di fatto marca fortemente la bidimensionali pittorica. In seguito le figure si riducono a mera sagoma – ispirate forse alle figure femminili di Nancy Spero – che dalla tela migrano su materiali plastici. La figura a quel punto è solo evocata: diventa pura forma razionale che si fa contenitore di una vigorosa vena profondamente pittorico e astratta. All'interno delle figure infatti trovano spazio due elementi che caratterizzano un lungo periodo della ricerca di Elly Nagaoka: la riproduzione fittamente serrata di mani prima, di occhi poi. Due elementi indubbiamente fisici e concreti, utilizzati però come semplice segno grafico, frutto di una morfologia simbolica profondamente personale. Elementi ripetuti ossessivamente e che trattano lo spazio con una sorta di horror vacui, per cui tutto va riempito. In poco tempo, la figura-contenitore scompare, la tela o le grandi risme di carta utilizzate vengono totalmente riempite. Il lavoro si fa temporalmente lunghissimo, quasi certosino: e il gesto pittorico, totalmente calligrafico si annulla in se stesso,l'artista lavora in una sorta di trance febbrile producendo artigianalmente un risultato che pare meccanico e sopratutto monodimensionale.

Con la mostra romana “Sotto il cielo di Roma e Berlino”, il lavoro di Elly Nagaoka subisce una svolta. Il lavoro presentato è ancora decisamente pittorico ma affronta lo spazio fisico: e l'opera che aveva perso ogni riferimento prospettico e dimensionale, stesp in orizzontale ad accompagnare i corrimano del tapis roulant lungo la quale corre, diventa tridimensionale, dialoga col circostante. L'impatto col reale è determinante, una soglia della quale non torna più indietro. Nella mostra al Ripa Residence, il limonocchio, che pure è ancora un lavoro su carta ad una sola dimensione, non è tratto come un quadro, ma bensì installato nello spazio, con uno strascico di carta dipinta, che emerge nettamente dalla parete. Nello spazio di un'antica tomba etrusca a Bassano in Teverina la Nagaoka realizza un frammento di “Tappeto di spilli”. Ipotizzato a mò di frammento archeologico ma fatto letteralmente di spilli per cucire, materiale moderno e povero. Anche qui un lavoro preparatorio temporalmente lunghissimo. Seguendo due lavori fatti in collaborazione con l'artista inglese Amelia Gatacre che mantengono le medesime caratteristiche: tempi lunghi di lavoro per opere che hanno magari una vita espositiva brevissima, pensati per uno specifico spazio fisico. Abba imo così gli animali costruiti per l'installazione “I quattro musicisti di Brema” fatta a Trappeto Nord, un quartiere “difficile” dell'estrema periferia di Catania e le barche di carta fatte per la vecchia fontana di Bassano in Teverina. Lavori che mirabilmente interpretano lo spazio che le ospita. L'incontro con la Gatacre ha dato ai lavori una gaia leggerezza tematica che il lavoro della Nagaoka, impregnato di pragmatismo americano, forse da solo non avrebbe. Infine il “letto di terra” pensato per la fermato Porto della stazione della metropolitana di Catania: un letto sospeso al soffitto della piccola sala d'attesa della stazione, che ne muta decisamente fisionomia alle viscere della città è mirabilmente reso dall'utilizzo della nerissima terra dell'Etna che ricopre la superficie della tavola sospesa.

Potremo dire dunque che il percorso di Elly Nagaoka fin ora ha senz'altro mantenuto una sua coerenza, pur attraversando fasi di ricerca sempre differenti fra loro: partita da una estreme figuratività, di fatto, pur sottoponendo il suo lavoro ad un'astrazione decisa, torna alla concretezza figurative con le sue installazione pur così pregne di simbolismo.

Roma, ottobre 1999.