Selected works

Testi

Capitolo Doppio

Francesco Linguiti, Roma 2018

Elly Nagaoka e Laura Palmieri si conoscono da molti anni.

Vengono da mondi ed esistenze lontane… l’una dall’altra.

Sono artiste.

Lo sono pienamente.

Nel loro cammino non si sono fermate ad un (uno) escamotage stilistico - ad un calco, ad un abstract – per poi riproporlo all’infinito, con variazioni, come formula di consumo.

Quella non è arte, o quantomeno lo è in parte, o meglio ne è accezione, ma comunque è una logica di arte imbullonata sulla volontà di costruzione di un brand.

Ecco, loro hanno rifuggito il brand. Punto. Ma hanno sperimentato nel loro percorso soluzioni e linguaggi: sempre diversi, altri, dinamici, progressivi ‑ azioni.

Non si sono mai fermate al “qui sto bene, questa cosa mi rappresenta, mi fermo qui.”

In questo loro percorso le tappe e le soglie sono state molte.

Bisognava sceglierne due. Perché? Come punto di partenza. Per cosa? Per un doppio sogno.

Ma in che senso?

Partiamo dal titolo.

Doppio sogno. Per noi italiani significa Arthur Schnitzler.

Schnitzler che era uno straordinario scrittore austriaco, un abile drammaturgo, e anche un medico e un cultore della psicoanalisi.

Lui ha messo a punto la forma canonica del monologo interiore.

Lui, amico o quantomeno solidale di Freud, nel 1924 scrive, ma verrà pubblicata in seguito, una novella intitolata “Traumnovelle” – che in tedesco significa novella del sogno. In italiano questo titolo verrà tradotto con Doppio Sogno.

Certo. Nella sua novella Schnitzler mette in pratica l’assunto freudiano per il quale i sogni sono la via regale verso l’inconscio. E lo concretizza nella logica in cui il sogno rappresenta l’appagamento allucinatorio di un desiderio. Ecco, con questi strumenti teorici Arthur Schnitzler smonta meravigliosamente l’istituzione repressiva borghese del matrimonio come era inteso allora, e lo fa esplodere, ne libera le energie e le pulsioni. Lo destruttura, lo stressa fino a farlo disintegrare mediante un crash onirico. Per poi, comunque, accidenti, prenderne in considerazione la sua propria intrinseca resilienza. Per migliorarlo.

Tutto ciò… con la mostra di Elly Nagaoka e Laura Palmieri non c’entra nulla.

Diciamo che per loro il titolo funziona in termini unicamente letterali – doppio sogno nel senso di un unico sogno… ma che sono due.

Ma in nulla il DNA di questo doppio sogno visivo attiene filologicamente al doppio sogno Schnitzleriano.

Detto questo. Ripartiamo da zero.

Quello di Nagaoka e Palmieri è un doppio sogno…nei termini di un sogno reciproco… meglio ancora di un sogno sincronico…ma inverso.

Nel sogno si parte da un principio di realtà (fittizia) che è il mondano, ossia il concreto, il quotidiano, il tangibile. Questa realtà, che di per sé stessa non esiste se non in quanto “interpretazione”, si trasforma poi, si gassifica, in una ulteriore realtà, meno concreta ma più vera…fantasmatica - che è il sogno.

Bene.

Anche Nagaoka e Palmieri partono da una realtà tangibile. Anzi due.

Sono due soglie succitate, due atti della loro rincorsa espressiva. Nuvola e animale.

Ci sono in mostra… una nuvola atomica di Elly Nagaoka, un rinoceronte di Laura Palmieri.

Nuvola e animale sono semplicemente due sillabe del loro discorso artistico.

Ma sono i due principi di realtà che invertiti serviranno per inscenare il loro doppio sogno.

La questione è complessa. Elly si fa carico degli animali di Laura…. Laura si fa carico delle nuvole atomiche di Elly. E così l’una potrà sognare l’altra.

E allora: Elly disegna animali, e Laura disegna nuvole. Semplice.

Ma qui serve un inciso.

Questa è una mostra, che tranne per un opera, è una mostra di pittura.

Qui il disegno è inteso in senso pieno ossia il disegno come punto di arrivo, e non come punto di partenza. Disegno in senso rinascimentale – opera piena.

Come è vero che per molti giganti della pittura…l’ opera era il disegno.

Il colore, la pennellata e tutto il resto – la pittura come la si intende comunemente - rimaneva un meraviglioso divertimento, una sperimentazione percettiva e scientifica, un grande artificio ad uso e consumo dei committenti…e della meraviglia dello sguardo.

Ma l’opera, quella profonda, quella ontologica…era il disegno… era nel disegno.

E così fanno loro.

Prendono due frammenti della loro vita artistica e li intrecciano. Sogni disegnati.

Ma attenzione.

Questa mostra non è un inno alla citazione. Tutt’altro.

Elly e Laura non si limitano a citare gli stilemi o le forme l’una dell’altra.

Questa cosa non le interessa.

E non sono neanche parodie. E neanche parafrasi, e neppure metafore.

Sia chiaro, questo doppio sogno non è un esercizio retorico - ma è un atto psicologico. Si chiama identificazione.

Elly e Laura in questa mostra non si sono simpatiche e cioè non vanno alla ricerca di sé…nell’altra. Elly e Laura in questa mostra non sono empatiche, e cioè non sentono ciò che sente l’altra. Elly e Laura in questa mostra si identificano l’una all’altra, e cioè, si fanno carico del tema dell’altra, fino ad essere l’altra, per poi trasformare l’altra, il suo tema e la sua forma, attraverso il setaccio del proprio sé, della propria esistenza, e per chi ci crede della propria anima.

E così…l’una attraverso l’altra…Elly e Laura si dinamizzano…si trasformano…e trovano un nuovo sé.

Un nuovo sé attraverso l’identificazione al tema altrui.

Nagaoka “usa” gli animali che erano di Palmieri, ma che adesso sono i suoi, per smettere di aver paura.

Di cosa?

Di una delle più fottutamente complesse e devastanti questioni estetiche - e cioè? Lo spazio pittorico.

Più precisamente, Elly decide di fare i conti con lo spazio pittorico.

Signori, per un’artista questa operazione può ridurre all’impotenza.

Cosa faccio? Ci giro intorno? Faccio una cosa carina che possa piacere al pubblico? Lo rispetto (lo spazio pittorico)? O lo considero come una cosa sacra? Lo spazio pittorico è!…una cosa sacra. Il territorio sacro è quell’habitat alieno dove ogni mia azione e movimento potrebbe magnificarmi…e perciò portarmi all’estasi…o distruggermi… e ridurre in polvere. E questo è lo spazio pittorico. Non è un mostro, anzi lo è. In termini di mitografia dell’arte. Quanti ne ha uccisi, quanti ne ha fatti fuori.

Bene. Cosa fa Elly Nagaoka? Fa la cosa più rischiosa. Per nulla carina, per niente facile, affatto divertente. Fa una cosa tragica. Sfonda lo spazio pittorico, lo fa esplodere. Ne elabora una reazione fisica, nucleare, come le sue nuvole.

I suoi disegni irrompono ed erompono non nello spazio della mostra, ma all’interno dello spazio pittorico del foglio. Dei fogli.

Elly si libera. Come liberi sono i suoi animali. Non c’è n’è uno domestico. Non c’è né un cane, né un gatto, né una mucca, né un cavallo, né una gallina. Gli animali di Elly vivono nei boschi, nelle foreste, nelle praterie, nelle savane. In spazi che i nostri antenati preistorici consideravano sacri – come lo è lo spazio pittorico.

E così Elly si libera delle sue remore. Lo fa grazie a Laura.

Punto.

La prima bomba atomica si chiama “piccolo ragazzo” e viene lanciata su Hiroshima il 6 agosto del 1945. Uccide 70.000 persone in un attimo.

La seconda si chiama “uomo grasso”. Lanciata tre giorni dopo su Nagasaki fa 40.000 morti in un lampo.

Viene da chiedersi… Ma chi è l’idiota che sceglie i nomi?

Palmieri “usa” le nuvole atomiche che erano di Nagaoka, ma che adesso sono le sue, per smettere di aver coraggio.

Laura prende questo tema – i temi in arte come nella vita sono pochissimi – il tema della morte. Nella sua magnificenza estetica del fungo atomico, certo, ma pur sempre della morte. Per farne cosa? Un feticcio. Di cosa? Di protezione.

Laura della nuvola, indice visibile della reazione a catena atomica della fissione nucleare, ne fa…un soggetto eroico – ma lenitivo.

Laura fa i conti con la distruzione, la sogna, la fa sua, la addomestica.

Come fa Sebastiano del Piombo nel suo ritratto "Ritratto d'uomo in armi", un olio del 1512.

È un cavaliere in armatura, con tanto di picca in mano! Ma è a riposo. In fondo in fondo ha un’aria pacifica. Ma allora quest’uomo forse non ci farà del male – anzi – quest’uomo può non farci del male. È così dipingendolo, pure se in armi… lo abbiamo disarmato.

Così fa Laura con le bombe atomiche. Le disarma. Le rende eroiche come il cavaliere di Sebastiano… ma le mette a riposo. Con l’ironia. Con l’ironia tragica del suo disegno.

Una bomba addirittura è un battitappeto. Il battitappeto era la minaccia – la deterrenza che i genitori esercitavano sui bambini quando la violenza era una formula pedagogica. Buffo no?

Meglio non averla vista una bomba atomica, meglio non vederla mai vero? E se proprio dobbiamo vederla… trasformiamola in altro. Come le immagini sacre che venivano appiccicate sul parabrezza o appese agli specchietti dei tassisti napoletani d’un tempo.

E poi cosa fa Laura. Un piccolo imbroglio.

Mette in una mostra di disegni un’opera che disegno non è. È ispirata alla poesia “Bomba” di Gregory Corso. Lui la scrisse come avrebbe fatto un futurista. Dandogli la forma grafica di una bomba. Leggetela - lì c’è il senso del sogno di Laura. È la didascalia di tutte le sue opere in mostra.

Insomma.

E così… l’una attraverso l’altra… Elly e Laura si dinamizzano… si trasformano… e trovano un nuovo sé.

Un nuovo sé attraverso l’identificazione al tema altrui.

È il teorema psicoanalitico dell’innamoramento.

Accidenti. Si potrebbe quasi dire che possiamo accomunare e mettere in relazione questo loro doppio sogno… alla funzione del Doppio Sogno di Fridolin e Albertine – i protagonisti della novella di Schnitzler.

E allora andrebbe cancellata o riscritta una bella parte di questo testo.

19 aprile 2018

Stanze. Ci sono cieli dappertutto

Beppe Sebaste, Narni 2016

[…]
Da tempo credo molto seriamente che Punto Linea Superficie, come titolava il famoso libro di Kandinski, sia la rappresentazione più esatta della realtà. Diceva Gilles Deleuze: Fare la linea, non il punto. E se la linea è un punto che è andato a fare una passeggiata, una stanza è un luogo in cui qualcuno entra per cercare una via d’uscita: da questa premessa prende forma il lavoro leggiadro di Elly Nagaoka. Perché è vero che l’arte è anche evasione, e l’evasione, insegnava Lévinas, nasce da un bisogno di eccedenza: eccedere ciò che ci trattiene, che fissa la nostra identità, tutto ciò che sentiamo come prigione da cui occorre uscire.
[…]

19 aprile 2018

Processo

Francesco Linguiti, Roma 2015

Elly Nagaoka non vende le certezze. È convinta che l’opera finita sia spesso estranea e talvolta in contraddizione con quanto l’artista sentiva o voleva esprimere inizialmente.

Elly si risolve nell’azione e nell’agire. Il suo lavoro quotidiano è rigoroso, a tratti maniacale, quasi autopunitivo. Non le interessa tribuire l’importanza a ciò che fa, e neanche le interessa levargliene. Si nasconde – non ama apparire – non è narcisista – il suo modo è il pudore. Elly è interessata a cogliere le suggestioni della realtà che la circonda – sta allerta, è attenta. Non le importa il punto d’arrivo, non le interessa l’opera fine a se stessa, ad Elly interessa il processo creativo – il come arrivare da un punto ad un altro – il potersi esprimere attraverso le forme, i volumi, i materiali, le tecniche, le tecnologie, i colori. Elly non vede la meta, ma sente il percorso. È l’artista del processo e del procedere. Il processo dà la forma. La forma è data dal processo. Certo, sono interdipendenti; ma per Elly Nagaoka, il processo è il risultato. Processo è il momento in cui le sue idee e i suoi pensieri devono confrontarsi con il mondo esterno, con il mondo fisico, con la vita, con il quotidiano suo e di tutti. Per questo le sue opere hanno talvolta un ritmo interno iterativo. Presentano somme di ripetizioni con piccoli scarti che sono testimonianze della transitorietà, delle impercettibili mutazioni di forma e di contenuto del reale. Un reale immaginario sempre riprodotto in levare – a togliere. Dando voce solo all’indispensabile, con forme leggere e rarefatte, fino al punto, spesso, da raccontare e descrivere soggetti, forme e concetti in absentia.

Una volta le ho chiesto di trovare l’elemento comune che connette le sue opere. Ma trovarlo… per lei… è una specie di costrizione, o una maledizione impostale dai critici e dai cataloghi. La verità è che Il punto di contatto di tutte le opere di Elly, il segno che le raccorda in un insieme comune, non è dato né da forme, né da materiali, né da stili comuni, ma è dato da qualcosa che non è nella superficie delle opere, ma nelle loro strutture profonde. Di cosa stiamo parlando? Del dubbio. Il dubbio - l’emersione del dubbio, il dubbio che la realtà impone, e la ricerca sul come riuscire ad uscire, forse, dal dubbio attraverso l’espressione artistica. Ma se voi glielo diceste, lei vi risponderebbe: «Perché!? Spiegami? E comunque l'artista può voler fare ciò che vuole ma nella maggior parte dei casi fa ciò che può.»

(per il catalogo Exclusiva, pubblicata da Exlcusiva Design e AIAC/Interno 14, maggio 2015, p146-159)

Nagaoka Palmieri: #0 (Storia dell'Europa dal punto di vista delle piante)

Tanja Lelgemann, 2015

Piante delle varietà più diverse fluttuano liberamente nello spazio, qualche volta si intrecciano creando innesti inaspettati, ed è solo a una più attenta osservazione che questi raffinati disegni rivelano la loro identità sulla superficie dei tre rotoli di carta, idealmente infiniti, che trasformano lo spazio della galleria Monty&Company in un terreno di sperimentazione per Elly Nagaoka e Laura Palmieri. Con il progetto #0 Storia dell’Europa dal punto di vista delle piante le due artiste ci mettono a parte di un loro intimo dialogo mentale e visivo - nato molti anni fa e finora non mostrato in pubblico - che si sviluppa intorno all’universo delle piante.

Un’osservazione meticolosa e quasi scientifica del mondo che ci circonda e dei relativi fenomeni antropologici accomuna le due artiste ed è alla base dell’approccio creativo di entrambe. In quest’ottica la scoperta della proteina Rodopsina, presente nelle piante come motore della fotosintesi, ma presente anche nella retina dell’occhio umano, è il punto di partenza del progetto in quanto evidenzia un’origine comune di piante e esseri umani.

Il progetto è nato nel 2014, a duemila anni esatti dalla morte dell’Imperatore Augusto. Ed è stato il celebre affresco parietale della Villa di sua moglie Livia (oggi custodito a Palazzo Massimo alle Terme), in cui appaiono ben ventitré specie vegetali che fioriscono contemporaneamente (e che costituisce un magnifico catalogo di piante ancora oggi presenti in Europa) ad aver fornito a Elly Nagaoka e Laura Palmieri l’impulso per questa comune avventura creativa.

Amiche nella vita e nell’arte, le artiste non hanno mai lavorato prima d’ora come “duo”, e i loro modus operandi molto differenti testimoniano le loro diverse origini artistiche. Con il segno calligrafico fine e raffinato, Elly Nagaoka si rifà alla cultura giapponese, che combina nell’impostazione di lavori di diverso genere, dal disegno alla scultura all’installazione, con una concezione postmoderna di stampo occidentale derivata dalla sua formazione statunitense. Per Laura Palmieri invece è stato fondamentale l’incontro con l’astrattismo italiano del dopoguerra per sviluppare un linguaggio del tutto originale in cui si fondono mezzi pittorici tradizionali e nuovi media.

In entrambe le artiste è totale l’autonomia della visione creativa, come lo è l’indipendenza del pensiero che colloca i loro percorsi individuali al di fuori di scuole o correnti e li sottrae a una precisa classificazione. La disinvoltura nei confronti dei mezzi e dei generi, insieme a uno spiccato senso minimalista, evidenti sia nel segno grafico di Elly Nagaoka che nella predilezione per gli interventi di svuotamento che caratterizzano le opere di Laura Palmieri, sono aspetti che accomunano il loro lavoro.

In occasione di questo primo progetto realizzato insieme le due artiste si sono poste l’obiettivo di sdoganare qualsiasi cliché, quello per esempio del disegnare una pianta o un fiore come attività legata tradizionalmente alla figurazione e persino alla pittura amatoriale, per affermare che la distinzione tra figurativo e astratto è esaurita e forse mai veramente esistita per quegli artisti per i quali l’esigenza creativa prevale su tutto. Elly Nagaoka e Laura Palmieri si lasciano dunque alle spalle la propria storia per addentrarsi nell’universo delle piante, dando una forma visiva del tutto libera e nuova alle loro riflessioni, al “dietro le quinte” del loro dibattito pluriennale.

La sequenza di elaborazione determina per ciascuno dei tre rotoli di carta uno specifico carattere, che corrisponde alla fase creativa e al continuo sviluppo stilistico del duo artistico e delle loro attività quotidiane. Il primo rotolo esprime l’entusiasmo iniziale e dimostra un approccio scientifico alle piante descritte negli erbari. Nel secondo rotolo si manifesta una certa stabilizzazione stilistica, una profonda concentrazione nella composizione delle figure, che porta con sé l’emergere di specie osservate direttamente in natura, come il lauro e la magnolia. Una superficie del tutto mossa e vivace caratterizza il terzo rotolo - che con le sue circa duecentottanta piante risulta il più esuberante – nel quale si giustappongono diversi livelli determinando una trama delicata in cui zone scure e dense si alternano a elementi più lievi, quasi trasparenti. La prospettiva è cambiata rispetto alla fase iniziale: siamo davanti ad un quadro apocalittico che suggerisce un finale nel quale ritornano alcuni elementi del giardino di Livia come l’edera e l’alloro.

Elly Nagaoka e Laura Palmieri affrontano con disinvoltura il mondo delle piante, dei fiori e degli alberi utilizzando il disegno, grafite, pennino e china, e rompendo un tabù. Liberano per così dire il decorativismo spingendo verso l’assurdo quella formazione classica ottocentesca propria per esempio degli artisti francesi ai quali, per ottenere il “Prix de Roma” e dimostrare la loro perizia nel genere del paesaggio, veniva chiesto di raffigurare nel dettaglio uno specifico albero. Le nostre artiste trasformano quei cliché in una sfida in cui uno stesso elemento è realizzato da entrambe, una inizia il disegno, l’altra lo conclude, dandosi sempre più spesso il cambio man mano che la raffigurazione diviene più dettagliata e quindi complessa. L’alternarsi nella soluzione di uno stesso problema diventa allora un modo in cui risolvere le molte crisi che un’attività artistica consapevole necessariamente impone. La complementarietà delle due è dunque anche la loro forza, ed è il mezzo con il quale ottengono risultati nuovi e originali.

28 novembre 2015

Cloudy

Arianna di Genova, 2014

È nuvolosa Elly?

Oppure ha semplicemente la testa fra le nuvole?

E i suoi occhi si rannuvolano mai?

Ha pensieri soffici e candidi, o plumbei e opachi? Il suo futuro è forse nebuloso?

Chiunque si piazzi a cavalcioni delle nubi, muoverà passi traballanti fra due mondi: la leggerezza di ciò che svanisce e la pesantezza della materia. Soprattutto, farà i conti con l’inafferrabilità delle cose, imparerà ad apprezzare un movimento repentino e ingannevole che lascia aperti e sfilacciati i contorni della realtà. I più temerari ne rispetteranno l’ambiguità e non proveranno mai a ridurla dentro steccati geometrici. Così, anche l’atlante del cielo di Elly Nagaoka, quel suo calligrafico avvicinarsi a lillipuziane concrezioni di elementi naturali (un mix magico di aria/acqua) finisce per non avere una forma definita. Nel suo allontanarsi e assottigliarsi, quell’atlante schizzato sui fogli, piuttosto che rimarcare frontiere e segnalare percorsi, fa presto a divenire un ricordo. Viaggia insieme alla volatilità dello sguardo e alla fretta del tempo. Specchiarsi fra le nuvole e poi interrogarsi sullo scorrere delle ore, delle stagioni, della vita che inciampa nei giorni. E’ un lavoro per artisti-filosofi. Oppure un gioco per bambini, tutto da vivere con il naso all’insù. Proprio come non ti bagnerai mai in un punto del fiume con la stessa acqua, non potrai mai osservare il medesimo disegno del cielo.

La mappatura di uno spazio di vapori - che sia fotografato ripetutamente e in sequenza, ripreso dal vero nelle porzioni che si intravedono dalla finestra di casa, studiato en plein air, in campagna - sfugge a ogni ansia di classificazione. Non c’è geografo in grado di decifrare quello slittamento perpetuo e i suoi confini mobili. Un intellettuale raffinato come Fosco Maraini aveva provato a “metterle in riga” le nuvole, ma si era divertito a sognare. Con un libro sorprendente come il “Nuvolario”, si era lanciato in una sorta di inventario pseudoscientifico, immaginando una nimbologia fantastica e imprendibile, un catalogo improbabile costruito con pagine di caligine. Non si può, infatti, archiviare nessuna fetta di cielo. La scrittura celeste è un alfabeto segreto: lo sapevano gli astronomi antichi che offrivano nomi conosciuti a galassie sconosciute per orientarsi fra le stelle, lo sa bene Elly Nagaoka quando cerca di intrappolare lettere, silhouettes, simboli e insegue minuscoli segni oracolari nei loro nascondigli aerei. L'hanno sempre saputo anche i pittori e i poeti di ogni epoca quando, a quei batuffoli ovattati, hanno affidato la loro malinconia per gli amori perduti. Fin dal principio della Storia, le nuvole non sono mai state soltanto una condensa di rugiada… Chiunque ne abbia cercato le coordinate, inevitabilmente le ha perse durante il percorso. Anche Elly vive la dimensione dell’acchiappanuvole.

È un rompicapo meraviglioso, il suo. Le fotografa quando passano di soppiatto, le ridisegna a memoria mentre il vento se le porta via. Per lei, il valore informatico di una qualsiasi cloud del web non esiste. Il territorio virtuale è troppo profano. Le nubi, con la loro foschia e assenza di umori trasparenti, con quel caratteristico avvolgimento flou dei sensi, arrivano quasi in punta di piedi, in silenzio, dopo gli anni delle esplosioni e i loro rombi sottintesi. Forse i pensieri di Elly tuonavano già da allora, sprofondavano nella meteorologia incerta di nuvole brumose. Sono soggetti in contrasto, le esplosioni e le nubi? Non proprio. In quel deflagrare di funghi velenosi che si sollevavano dalla terra, trascinando con loro distruzione e morte, Nagaoka aveva voluto raccontare un’improvvisa negazione dell’essere-mondo, la censura totale del paesaggio: erano frames che congelavano l’orrore, nonostante la «forma» fosse ambigua e somigliasse in maniera impressionante alle gemme dei fiori in pieno sboccio. Poi, qualcosa è mutato ed Elly ha cominciato a camminare sulle nuvole. In quella nuova posizione, ha cambiato anche la prospettiva del suo sguardo. Subito, si sono presentate geografie inedite, cartografie sentimentali, percezioni fluide. L’universo da esplorare era, adesso, quello degli azzardi ottici.

Dopo i piedi, Nagaoka ha spinto anche la testa fra le nuvole. Era arrivato il tempo per lei di osservare il cielo quando non è oscurato da ordigni, ma messo in ombra da sottili e zuccherosi veli di acqua. Eppure, le clouds di Elly, a volte, sono rosse come il sangue. Gocciano, colano carnalità. Dimenticano la loro vaporosa esistenza e si raggrumano in chiazze di colore vivace e intenso. Rimangono sospese a mezz’aria, ancora poco terrestri e creature molto celesti. Sono incendiarie come il tramonto, grondano pigmenti cromatici come le aurore. Si mescolano alchemicamente al liquido vitale che scorre nelle vene. La nuvola è un’energia – scrive Gilles Clément – la sua comparsa corrisponde al cambiamento dello stato dell’acqua. Dallo stato di vapore, invisibile, al contatto con l’aria fredda, l’acqua passa allo stato di microgoccioline. Questo mutamento libera calore. L’evaporazione, cambiamento inverso, ne consuma… Il nostro corpo può essere considerato come una macchina per cedere e riprendere energia, a partire dall’acqua che contiene e lo circonda”.

Ecco. Perché le nuvole siamo noi.

Quando il découpage è zen

Arianna Di Genova, Il Manifesto, 4/03/2010

Un cervo guarda lo spettatore dall'alto di un tavolo old style. E poi, c'è una forbice che galleggia nell'aria aprendosi verso l'ignoto, una lampada che ruba lo spazio in primo piano, un fiore che s'inerpica su per il foglio. Sono i soggetti straniati della serie Created Desires (sessantasei «miniature» che classificano gli oggetti selezionati da riviste patinate, inserendoli in un mondo alla rovescia), un folto insieme di personaggi finiti per caso insieme «a cena», in un banchetto apparecchiato grazie ai découpage dai toni surrealisti dell'artista Elly Nagaoka. Nata a Los Angeles e cresciuta fra il Giappone e gli Stati uniti, Nagaoka oggi vive e lavora a Roma e presso la galleria Monty & Company (via della Madonna dei Monti 69) presenta, fino al 20 marzo, oltre a questo ultimo ciclo di lavori, anche l'installazione Disciplined Fall (acquerello su carta, spilli, zanzariera, ventilatore).

Paper, la personale dell'artista punta proprio sul medium cartaceo, un supporto così «intimo» alle alchimie culturali del Giappone. Qui, Elly Nagaoka gioca con i vuoti e i pieni, espandendo le linee e cercando un ritmo musicale nelle impronte irreali, minimali, mai «fisiche», che si propagano sulla superficie. Sullo sfondo, c'è la grande scuola della calligrafia del SolLevante, spogliata però della sua austera forma e rivisitata in veste ludica e più libera. Dal découpage che ritaglia le silhouettes al disegno zen, si dipanano quei fogli leggeri e trasparenti come libellule e intanto a spezzare la geometria del segno insistito può passare una sagoma improvvisa di aereo in volo.

Paper

Ilari Valbonesi, 2010

Dove inizia il viaggio dell’immaginazione? E in che direzione va? Ce lo chiediamo di fronte ad un cammello che appare in uno dei 66 collages created desires di Elly Nagaoka. Elemento portante della sequenza in opera è la carta, in tutte le sue declinazioni formali e sedimentazioni temporali: il foglio di supporto, la pagina della rivista patinata di un settimanale, di un mensile o di un giornale, da cui l’artista ritaglia le figure. Le stesse che poi ritornano su carta in forma di collage. Sequenza di ritagli, per una rigorosa esperienza - di carta e su carta - di un agire quotidiano dell’occhio, che giorno dopo giorno sfoglia il mondo con lo sguardo e con le mani, ritagliando e mescolando migliaia di immagini che provengono dai luoghi e tempi più disparati. Sono découpage di una temporalità fluente della coscienza: qualcosa attrae lo sguardo, colpisce l’attenzione, a cui segue la risposta paziente della mano che ritaglia il contorno. Lo sguardo si fa taglio e contemporaneamente icona: emblematico il collage che ritrae delle forbici per carta, chiasma di questa nuova riflessività tra sguardo e tatto. Dov’è il cammello? E dov’è il mio corpo?

La selezione dei ritagli che aprono il mondo di created desires sono ritagli di un impossibile quotidiano: possibile nella vista ma inaccessibile alla gravità del corpo. Sono esperienze fragili, così come è fragile il loro supporto e ineffabile l’esperienza estetica. Sono fenomeni di coscienza più vicini alla seduzione Iki, nel bagliore di uno sguardo in tralice, che rompendo leggermente l’equilibrio unitario instaura una dualità tra materia e forma. Portante è infatti la verticalità della composizione, dove lo sguardo viene catturato, senza confluire in un punto preciso: “nelle righe verticali si avverte la leggerezza della pioggerellina e delle fronde di salice ( ryujo) che cadono assecondando la gravità” 1 . Sedute, divani, lampade, fiori, animali diventano le presenze discrete di una vita silenziosa che scorre tra esterno e interno. Gli elementi di arredo vengono infatti catapultati in questo intermezzo, per ritrovarsi in accordo con la natura animale: un uccello sul letto, una rana sul divano, una lumaca che vola, un cervo che si specchia, un pesce incoronato. E poi fiori e limoni, un aereo che passa, un diamante. Fino a presenze più automatiche come le macchine, i computer e altre sparse icone pop.

È la messa in scena di una relazione etica portata al grado zero della narrazione: un contatto con il sé come altro attraverso una dislocazione dei sensi. Perché i piani di questa esperienza sono estrinsecati. Non c’è più un interno o un esterno. Tutto si piega e si rispecchia nella ricomposizione arbitraria di chi guarda. Le figure accadono sul foglio come forme retroattive della coscienza. Agiscono come centri di attenzione, lasciando libero lo sguardo di fluttuare nello spazio, così come le stesse forme sono libere di attrarsi ed entrare (o meno) in dialogo. La lingua per Ferdinand de Saussure è infatti paragonabile ad un foglio di carta: il pensiero è il recto, il suono è il verso, e non si può ritagliare l’uno senza ritagliare contemporaneamente l’altro. Ma come tutti i giochi di carta ci sono anche le regole. Sono le regole del linguaggio, che assomigliano al gioco di scacchi. Dove la posizione di un pezzo sulla scacchiera può essere descritta senza conoscere quelli che sono stati i movimenti precedenti. Così come per le centinaia di libellule che atterrano disciplinate sulla scacchiera bianca disciplined fall: parti animali, esercizi di memoria, fragili suoni, commutabili e solidali nella presenza simultanea. Un’esperienza erotica, di somiglianze e differenze, che andrebbe assaporata con le mani, con le orecchie e con gli occhi.
Paper finisce qui. Ascoltando le parole di un celebre scacchista, il signor Marcel Duchamp, campione dell'Alta Normandia, ricordato per il suo gioco profondo e solido, la sua freddezza imperturbabile, il suo stile ingegnoso, e che in una lettera del 1919 scrisse: “dipingo per vivere ma vivo per giocare a scacchi”.

Roma, febbraio 2010.

1 Kuki Shuzo, La struttura dell’Iki. Adelphi, 1992, p.101

Biografia

Giapponese. Nata a Los Angeles (USA) nel 1968. Vive a Roma.

Mostre

2018 Sotto il segno di Agostino, Galleria Monserrato Arte‘900, Roma

" Capitolo Doppio, con Laura Palmieri, Centro per l'arte contemporanea Trebisonda, Perugia

" Il Sangue delle Donne, Palazzo Fibbioni, L'Aquila

2017 Vita Operosa, Galleria Monserrato Arte‘900, Roma

" Adottart/Alchimie Sotterranee (personale), Fotoceramica Bruciaferri, rione Esquilino, Roma

" Antonio Lucci. Illuminista francescano, Cassero del Castello Ducale di Bovino (FG) e Castello Normanno-Svevo, Deliceto (FG)

" Lotta tra Dame, Galleria Monserrato Arte‘900, Roma

" Il Sangue delle donne, Galleria Grefti & Centro per l’Arte Contemporanea La Rocca, Umbertide (PG)

" Tiny Biennale, Temple University Gallery, Roma

" La Casa delle Ombre Danzanti, (libro d’artista), con Vincenzo Mazzarella e Giuseppe Graziosi, Galleria Monserrato Arte‘900, Roma

2016 Stanze - Ci sono cieli dappertutto, La Stanza, Narni (TR)

" Il Gran Bazar dei Morti e dei Vivi, Galleria Monserrato Arte‘900, Roma

" Il Sangue delle donne, Teatro Stabile Comunale, Isola del Liri (FR)

" Curb Your Sensations, Primavera Mediterranea , 5ª Edizione, Via Argiro, Bari

" Visioni di santi e amore mistico /Il mercoledì delle ceneri (personale), chiesa di Sant'Anna e Morti, Deliceto (FG)

2015 Porta fortuna, Spazio Varco, L'Aquila

" Sette opere per la misericordia, Galleria Monserrato Arte‘900, Roma

" Il Sangue delle donne, Casa Internazionale delle Donne, Roma

" Storia di un anno/San Michele (personale), chiesa di Santa Lucia del Gonfalone, Roma

" Side by Side, Galleria Monty&Company, Roma

" Un Museo a cielo aperto a memoria di Antonio Prestinenza, Piazza/Parcheggio A.Prestinenza, Castelvetrano (TP)

2014 #0 (Storia dell'Europa dal punto di vista delle piante), con Laura Palmieri, Galleria Monty&Company, Roma

" Portafortuna, Spazio Y, Roma

" Cloudy (personale), Interno14, Roma

" Il Sogno Verde, Villa Gregoriana, Tivoli

" La Grande Illusione / The Great Illusion, Temple University Gallery, Roma

2013 Premio Internazionale Limen Art, Vibo Valencia

2012 Tre Artiste, Galleria Monty and Company, Roma

2011 Il Sogno Verde, Agricoltura Nuova, Roma

" E così ci ritrovammo all'alba nel porto di Le Havre, Vertigo Arte, Cosenza

2010 Paper (personale), Galleria Monty&Company, Roma

2009 Infissi, Casa Internazionale delle Donne, Roma

" Infiorata (personale), CIAC (Centro Internazionale d'Arte Contemporanea), Genazzano (RM)

2008 Impsftoffe/Vaccinations, Home Abroad, Francoforte, Germania

" Antidoto Dialogico, Change+Partner Contemporary Art, Roma

2004 Railway Stories, Stazione Centrale, Pescara

" Premio Mario Razzano, Museo del Sannio, Benevento

" Act Out, L’Oreal Academy, Roma

" Drumbamatic, Linux Club, Roma

2002 O.1 Arte Contemporanea Internazionale, Art’s Direction, Roma

2000 Una Mostra al Rialto, Rialto Occupato, Roma

" Metropolitana a Catania: Sotterranee, Festival Internazionale di Arte, Musica e Teatro, Catania

" 6° Stelle Cadenti, Bassano in Teverina (VT)

1998 Mille Progetti, Academie Francaise Villa Medici, Roma

" Trappeto Nord, Festival Internazionale di Arte, Musica e Teatro, Catania

" 5° Stelle Cadenti, Bassano in Teverina (VT)

" Sotto il Cielo di Roma e Berlino, stazione metropolitana di Piramide-Ostiense, Roma

1996 Città Italiane (personale), Studio NDA, Tokyo

1995 In Punta di Piedi, galleria il Politecnico XX Arte, Roma

1994 Kaiga (personale), Studio NDA, Tokyo

1992 Degree Show, Woods Gerry Gallery, Providence, Rhode Island (USA)

1991 EHP Student Show, Palazzo Cenci, Rhode Island School of Design, Roma

1990 Trio, Benson Hall Gallery, Providence, Rhode Island (USA)

Graphic Works, University of Dallas, Dallas,Texas (USA)

Formazione

1992 BFA (Bachelor of Fine Arts) in pittura e calcografia, Rhode Island School of Design, Providence, Rhode Island (USA)

1991-92 Liberal Arts Studies, Brown University, Providence, Rhode Island (USA)

1990-91 European Honors Program, Rhode Island School of Design, Roma (Italia)

1987-88 Department of Comparative Culture, Sophia University, Tokyo (Giappone)

1987 Summer course, Parsons School of Design, New York, New York (USA)


ylle